I diari dei rifugiati di Angelina Jolie - unofficial website
___REFUGEES Magazine

Come risolvere l'emergenza profughi mondiale

REFUGEES n.144 2006
RIFUGIATI n. 3/2006

di Angelina Jolie


Solo cinquant'anni fa, un batter di ciglia in confronto alla storia dell'uomo, c'erano almeno 40 milioni di profughi e sfollati in Europa: il prodotto della Germania di Hitler, della Spagna di Franco, dell'Italia di Mussolini e in seguito del regime dei colonnelli in Grecia, e della sottomissione all'Unione Sovietica dell'Europa centrale fino all'Ungheria.
Questi paesi oggi sono stati membri dell'Unione Europea ed è quasi inconcepibile che i loro cittadini si permettano il lusso di dimenticare che cosa significava essere governati da un regime tirannico o torturati per le proprie idee poltiche. In America c'è voluto l'assassinio di Martin Luther King perché l'eguaglianza razziale divenisse una realtà.
All'inizio dell'anno la rivista REFUGEES
n.142 pag.4 (RIFUGIATI 3/2006 trad. ufficiale in italiano a pag. 25) ha pubblicato una foto che mi sembra in molti modi emblematica di questa amnesia di migliaia di anni di guerre, tirannie e persecuzioni. Mostrava una coppia in bikini e calzoncini da bagno in spiaggia tranquillamente seduti sulla spugna sotto l'ombrellone. Sulla spiaggia era visibile solo un'altra persona. Un negro, un profugo o un immigrato, morto, buttato a riva dal mare. Non sapremo mai chi fosse o perchè è finito lì, ma alla coppia sulla spiaggia non sembrava importare di meno.
È un immagine molto triste. Triste per quell'uomo sconosciuto, un corpo buttato a riva come molti altri come lui su una costa del Mediterraneo,
qualche anno fa. Triste per la coppia seduta sotto l'ombrellone, cestino da picnic, olio solare, che non riesce a vedere la cruda realtà che giace a pochi metri da lei. Il figlio di qualcuno, il fratello di qualcuno, la persona amata di qualcuno. Proprio come uno di voi o io, se solo fossimo nati in un altro tempo, in un altro luogo.






“È scandaloso, veramente, che in un mondo tanto ricco, nemmeno cerchiamo un modo adeguato di sfamare queste famiglie di profughi.”



Angelina Jolie con un gruppo di rifugiati congolesi appena arrivati in Tanzania © UNHCR/N. BEHRING-CHISHOLM/TZA 2003
Angelina Jolie con un gruppo di rifugiati congolesi appena arrivati in Tanzania © UNHCR/N. BEHRING-CHISHOLM/TZA 2003

I MEZZI PER AGIRE

L'agenzia ONU per i rifugiati, UNHCR, per la quale agisco come ambasciatrice di buona volontà, ha un bilancio annuale di 1,2 miliardi di dollari. Sembrano tanti soldi, ma ci sono dozzine di imprese che fanno profitti annui che sono multipli di quella cifra. L'UNHCR ha costantemente il problema di rimediare quei 1,2 miliardi che utilizza per soccorrere e proteggere circa 20 milioni di persone.
Nel corso dell'anno l'UNHCR si trova costretto ormai abitualmente a tagliare sempre più progetti che riguardano le persone più disagiate al mondo. Fa di tutto per non tagliare i progetti per gli individui più vulnerabili, le donne rifugiate, la scuola, le cure per l'AIDS/HIV nei campi profughi. Ma a volte anche questi progetti vengono toccati direttamente e più spesso indirettamente: mancanza di personale, impossibilità di istruzione secondaria e addirittura mancanza di cibo in alcuni campi profughi, specialmente in Africa.
È scandaloso, veramente, che in un mondo tanto ricco, nemmeno cerchiamo un modo di sfamare adeguatamente queste famiglie. E poi ci scandalizziamo se osano entrare nel nostro territorio, viaggiando alla ricerca di un futuro. Durante il viaggio si mescolano con altri lavoratori immigrati anche loro in transito. Finiscono nelle mani di scafisti che li spingono in imbarcazioni sovraccariche o li nascondono nel retro dei container, o gli dicono di attraversare campi minati o scalare recinzioni di filo spinato nel cuore della notte. Molti di loro muoiono, sepolti senza nome, come quell'uomo, su una spiaggia del Mediterraneo.
Sono stati catalogati più di 7000 casi di persone morte mentre cercavano di raggiungere l'Europa negli ultimi dieci anni più o meno, probabilmente una stima per difetto del totale. Molti muoiono anche cercando di raggiungere gli Stati Uniti o l'Australia ma li ignoriamo. Ci offendiamo solo per la loro audacia. Come osano questi a venir qui a mangiare alla nostra tavola? Come osano venir qui a costruire le nostre strade, a tenere puliti i nostri ospedali e palazzi di uffici, a lavare i piatti nei nostri ristoranti, a rifare i letti dei nostri hotel?
Recentemente l'Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres si è espresso molto chiaramente. Ha dichiarato che lo status speciale di rifugiato, ossia di ogni persona che fugge da guerra o persecuzione, è messo a repentaglio dallo scontro tra chi vuole e non vuole lavoratori immigrati.


PERCHE FALLIAMO

Quelli di noi che hanno ancora un atteggiamento benevolo verso i profughi, che sono attoniti nel vederli dipingere come figure odiose al solo scopo di vincere le elezioni o vendere giornali, stanno fallendo. Non vogliamo movimenti di profughi attraverso le nostre frontiere, ma non siamo disposti a investire finanziariamente, politicamente e nemmeno emozionalmente per trovare soluzioni nelle regioni da cui provengono. Mettiamo un cerotto sulle ferite aperte perché si presentano male, ma non paghiamo nessuna cura definitiva e nemmeno investiamo molto in prevenzione.
Ovviamente le soluzioni non sono facili. Tuttavia la trasformazione dell'Europa dal fulcro delle due guerre più distruttive che il pianeta abbia mai visto in un club di 25 stati membri che non riescono neanche più a concepire di farsi guerra l'un l'altro dovrebbe darci qualche indizio su come attenuare il problema mondiale dell'immigrazione e dei profughi.


SERVONO ALTRI PIANI MARSHALL


I rifugiati sono il sintomo visibile del nostro fallimento nel produrre altri piani Marshall, ma è relativamente facile da affrontare. Quello che serve sono più risorse e investimenti nelle regioni dove i profughi si trasferiscono inizialmente, in modo che non si sentano costretti a muoversi ulteriormente se non lo desiderano loro per davvero, e più aiuti ai paesi in cui si è stabilita la pace. I primi anni sono incredibilmente fragili e i rifugiati hanno bisogno di aiuto per tornare a casa con le proprie forze. Non ci chiedono molto, solo quanto basta per cavarsela da soli. Agenzie come l'UNHCR non dovrebbero mai faticare per racimolare quelle poche decine di milioni di dollari che servono ad aiutare la ricostruzione di nazioni devastate come l'Angola, la Sierra Leone, la Liberia o il Sudan meridionale. Con una rapida ed efficiente ricostruzione di una nazione distrutta dalla guerra si ancora la pace su un terreno solido e renderà straordinari dividendi in termini di stabilità locale e prosperità economica a vantaggio di tutti.





“Individualmente
o collettivamente di fatto abbiamo i mezzi e il potere per cambiare le cose.”



Con gli sfollati Ceceni del campo Bella, Ingushezia, ormai chiuso. © UNHCR/T.Makeeva
Con gli sfollati Ceceni del campo Bella, Ingushezia, ormai chiuso. © UNHCR/T.Makeeva

Ignorare i conflitti latenti è altrettanto distruttivo e enormemente costoso. Si pensi alla Bosnia, pensiamo al Ruanda o all'Afganistan, dove maggiori investimenti e una politica internazionale più ponderata durante anni '80 e nei primi anni '90 avrebbero potuto cambiare il corso della storia per tutti noi. Osama Bin Laden è prosperato sulla nostra negligenza nei confronti dell'Afganistan. Le cose sembrano migliorate ora in tutti questi paesi, ma a quale prezzo, e quanti milioni di profughi per farci capire dove abbiamo sbagliato? Per non parlare di più di due milioni di morti solo in quelle tre nazioni. Sono stata in alcuni di questi paesi e in quelli confinanti, dove permane la maggioranza dei rifugiati. È un'esperienza davvero umiliante, un'apertura degli occhi sconvolgente.
Mi ha fatto capire che tutti noi, me compresa, ci comportiamo come la coppia seduta sotto l'ombrellone in spiaggia, che guarda attentamente da un'altra parte verso il mare.
Eppure individualmente o collettivamente di fatto abbiamo i mezzi e il potere di cambiare le cose. Credo che tutti vogliamo la stessa cosa, un mondo stabile, un'economia stabile e la possibilità di progredire come persone e come paesi. Vogliamo un futuro migliore. Non vogliamo continuare a ripetere gli errori del passato.


Angelina Jolie, attrice e ambasciatrice di buona volontà dal 2001, articolo apparso prima su Global Agenda, giornale del Forum economico mondiale.

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