Giustizia
per il Darfur
di Angelina Jolie
mercoledì 28 febbraio 2007
Washington
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BAHAI - Ciad. Qui, in
questo campo profughi al confine
del Sudan, ci
separa dal Darfur solo una
striscia di deserto, una sottile
linea sulla mappa. In ogni caso
è una linea che non posso
oltrepassare. Quale
rappresentante dell'UNHCR mi sono
recata più volte nel Darfur. Ma
l'UNHCR mi dice che questo campo,
Oure Cassoni, è il
limite fin dove posso arrivare.
Ritengono che da questa parte del
confine sudanese io sia al
sicuro. Uccisioni, stupri,
incendi e saccheggi di villaggi,
la violenza è aumentata oltre
misura dalla mia ultima visita
nel 2004. Il prezzo in vite umane
ha superato le |
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Febbraio
2007 - Rifugiati sudanesi che
riposano in un campo del Ciad
orientale.
© Alfred De Montesquiou -
Associated Press |
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| 200000.
In quattro anni di guerriglia, i soldati
delle milizie Janjaweed hanno cacciato
due milioni e mezzo di persone dalle loro
case, inclusi i 26000 profughi affollati
nel campo Oure Cassoni. |
Gli
attacchi agli operatori umanitari sono in
aumento, altra ragione per cui mi hanno detto di
restare al di fuori del Darfur. Farei correre un
grave rischio attirando l'attenzione sul loro
lavoro eroico e i loro sforzi per mantenere in
vita i profughi, difendere i campi profughi come
questo e non siano consumati dal caos e dalla
paura.
Ho visto in che modo operatori umanitari e
organizzazioni non governative fanno la
differenza per le persone che lottano per
sopravvivere. Posso a vedere sul volto degli
operatori umanitari il prezzo che pagano per il
loro sforzo. Seduta in mezzo a loro sono sorpresa
dal loro coraggio e resilienza. Ma i soccorsi
umanitari non saranno mai abbastanza.
Fino a quando gli assassini e i loro mandanti non
saranno processati e puniti, la violenza
continuerà su scala massiccia. Porre fine a
tutto ciò potrebbe richiedere un un intervento
militare. Ma le condanne posso giungere anche dai
tribunali internazionali, mettendo a confronto
gli esecutori dei crimini con gli standard di
giustizia internazionali.
L'imputazione ha un forte potere. Il potere di
far cambiare comportamento, di frenare
l'aggressione di chi è solito agire
nell'impunità. Luis
Moreno-Ocampo, capo dell'ufficio del pubblico
ministero del tribunale criminale internazionale
(ICC) ha detto che il
genocidio non è un crimine passionale; è un
crimine calcolato. E ha ragione. Quando i crimini
contro l'umanità sono puniti regolarmente e
severamente, il calcolo degli assassini
cambierà.
Lunedì ho chiesto a un gruppo di profughi che
cosa avevano bisogno. 'Tende migliori' ha detto
uno di loro; 'assistenza medica più
accessibile', ha detto un altro. Poi un ragazzo
adolescente ha alzato la mano e ha detto con una
potente semplicità: "Nous voulons une
épreuve." Vogliamo un processo. È per lui
che mi sento incoraggiata dall'annuncio di ieri dell'ICC che
procederà contro un ministro dello stato
sudanese e un capo Janjaweed con accuse di
crimini contro l'umanità.
Alcuni critici verso l'ICC hanno detto che le
imputazioni possono peggiorare la situazione. La
minaccia di un processo, dicono, darebbe motivo
agli accusati di continuare a combattere. Gli
ufficiali sudanesi han fatto eco a questa
argomentazione dicendo che il coinvolgimento
dell'ICC e le imputazioni che infine implica,
sono la ragione per cui hanno rifiutato ai
pacificatori ONU l'ingresso nel Dafur.
Non è chiaro tuttavia perchè dovremmo credere
alle parole di Khartoum. E l'argomento che la
minaccia di imputazioni dell'ICC avrebbe in
qualche modo esacerbato il problema non ha senso,
data la storia del conflitto. E a parte le
affermazioni di Khartoum, accetteremmo mai noi in
America la logica secondo cui non dovremmo
processare gli assassini perché la minaccia di
un processo potrebbe provocarli a uccidere
ancora?
Quando mi trovavo in Ciad nel giugno del 2004, i
profughi mi hanno raccontato gli attacchi
sistematici dei loro villaggi. In seguito si è
calcolato che ogni settimana morivano più di
1000 persone al giorno.
Nell'ottobre 2004 ho visitato il Darfur e ho
ascoltato storie orrende, inclusi resoconti di
stupri di gruppo contro madri e i loro bambini.
Allora l'UNHCR calcolava 1,6 milioni di persone
sfollate nelle tre province del Darfur e altri
200000 fuggiti in Ciad.
Soltanto a partire da giugno 2005 l'ICC ha
iniziato a indagare. In quell'epoca la campagna
di violenza era pienamente in atto.
Man mano che si svolgono i processi, spero che la
comunità internazionale intervenga,
immediatamente, per proteggere gli abitanti del
Darfur e prevenire ulteriori violenze. Ai
rifugiati non servono altre risoluzioni o
dichiarazioni comprensive. Hanno bisogno che alle
promesse del passato seguano le azioni.
C'è stata un ondata di opinione pubblica a
favore dell'intervento. La gente può avere
opinioni divergenti su come intervenire: attacchi
aerei, invio di truppe, sanzioni o
disinvestimenti economici, ma dobbiamo tutti
essere d'accordo che il massacro va fermato e che
i responsabili siano consegnati alla giustizia.
Nei miei cinque anni con l'UNHCR ho visitato più
di 20 campi profughi in Sierra Leone, Congo,
Kosovo e in altri luoghi. Ho incontrato famiglie
sradicate dai conflitti e governi concordi
nell'aiutarli. Anni dopo, mi sono ritrovata negli
stessi campi, sentendo le stesse storie e
constatando la stessa mancanza di acqua potabile,
medicine, sicurezza e speranza.
Mi è divenuto chiaro che non ci sarà pace
duratura senza giustizia. La storia insegna che
ci sarà un altro Darfur, un altro esodo, in un
ciclo vizioso di spargimenti di sangue e
vendette. Ma finalmente abbiamo un tribunale
internazionale. Che sarà tanto più forte quanto
più lo sosteniamo. Questo potrebbe essere il
momento in cui fermiamo la spirale della violenza
e poniamo fine alla nostra tolleranza verso
crimini contro l'umanità.
Quel che la gente peggiore teme di più al mondo
è la giustizia. E questo è ciò che dovremmo
dargli.
L'autrice
è ambasciatrice di buona volontà dell'Alto
Commissariato ONU per i rifugiati
Links
ANSA
- Darfur: Angelina Jolie in chad
UNHCR
- Appello supplementare per gli sfollati in Ciad
UNHCR
(video)
Fliqz
(video)
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